Intervento del compagno professore Eros Barone alla presentazione del libro di Lenin "Il pensiero strategico" presso la Libreria Falso Demetrio di Via san Bernardo  67 r, a Genova, Giovedì 17 Aprile 2014.

 

 

Presentazione dell’antologia Lenin – Il pensiero strategico

       Il partito, il combattimento, la rivoluzione,

a cura di Emilio Quadrelli, la casa Usher, Firenze 2011

 

 

 

   Il novantesimo anniversario della morte di Lenin (1870-1924) non è stato ricordato né dai ‘mass media’ della borghesia né dalla sinistra riformista e revisionista. Cancellare Lenin dalla memoria storica del XX secolo è la parola d’ordine che tacitamente viene seguita dagli esponenti politici e intellettuali delle classi sfruttatrici e dai loro lacchè. Ne hanno ben donde, poiché Lenin è la figura che riassume in sé la teoria e la politica della rivoluzione proletaria ed evoca il ricordo non gradito di Marx e di Engels, della rivoluzione francese, della Comune di Parigi, delle rivoluzioni novecentesche come l’Ottobre sovietico e il socialismo realizzato di Stalin, la rivoluzione ininterrotta per tappe della Cina, le lotte anticoloniali e antimperialiste nel Terzo Mondo. Se si considera tutto ciò, non è difficile rendersi conto del significato politico e dell’importanza didattica dell’antologia degli scritti del grande rivoluzionario russo, curata da Emilio Quadrelli: una risposta, senza alcun dubbio, all’ostracismo decretato dagli anticomunisti nei confronti di Lenin e un contributo prezioso alla formazione politica, teorica e ideologica delle nuove generazioni proletarie e degli intellettuali organici della classe operaia.

 

   L’asse della lettura del leninismo che il curatore propone è costituito dalla nozione di pensiero strategico, sintesi dialettica di pensiero politico e pensiero militare; l’ambizione è quella di attingere un livello qualitativamente superiore della teoria politica, adeguato alla fase imperialista. La scansione degli scritti leniniani, che caratterizza l’antologia, è coerente con questo punto di vista, poiché, dopo un’introduzione che riassume le linee portanti del libro, si articola in una Prima Parte dedicata alla Teoria della guerra, che comprende, tra l’altro, le assai poco conosciute Note al libro di von Clausewitz Sulla guerra e sulla condotta della guerra, tratte dai Quaderni di Lenin; una Seconda Parte dedicata al tema del Combattimento e una Terza Parte incentrata sul Piano di guerra: difensiva e offensiva. Ciascuna delle sezioni è preceduta da un’introduzione che definisce i nuclei concettuali unificanti dell’insieme di scritti ivi raccolti; seguono due Appendici, dedicate alla Filosofia borghese e al rapporto tra Lenin ed Hegel.

 

   Riprendendo la linea ispiratrice di quella rinascita del leninismo cui Emilio Quadrelli ha offerto ulteriori contributi [cfr. anche Giulia Bausano - Emilio Quadrelli, Per Lenin – Materialismo storico e politica rivoluzionaria, Gwinplaine, Camerano (AN) 2012], vorrei indicare tre punti rispetto ai quali il pensiero e l’opera di Lenin assumono una portata discriminante tale da obbligare chiunque si confronti con esso a ‘prendere posizione’: 1) imperialismo e internazionalismo proletario; 2) Stato borghese e dittatura del proletariato; 3) teoria della forma-partito.

 

1) Negli ultimi decenni del secolo scorso e nel primo decennio di questo secolo non sono mancati i contributi teorici su questo tema, prima sollecitati dalle lotte di liberazione nazionale e poi dai movimenti anti-globalizzazione (Baran-Sweezy, Emmanuel, Amin, Arrighi, Negri-Hardt): nessuno di questi contributi, se si esclude quello di Negri-Hardt (giustamente criticato da Quadrelli per la rappresentazione di un capitalismo stabilmente unificato nell’“Impero” e privo di “gerarchie imperialistiche”), ha modificato in punti essenziali il modello di analisi leniniano contenuto nel “saggio popolare” sull’Imperialismo fase suprema del capitalismo (1917). La tesi centrale di questo saggio riguardante «la questione fondamentale, cioè la questione della natura economica dell’imperialismo», conserva tutta la sua validità: l’imperialismo non è una “politica” del capitalismo (come sostiene Kautsky), bensì una fase di esso, ragione per cui fenomeni quali il militarismo, il colonialismo, il razzismo, la guerra, la ricerca di mercati di sbocco alla produzione capitalistica, gli antagonismi economici e di classe sono manifestazioni caratteristiche necessarie di una nuova fase del capitalismo.

   Sennonché, quali che siano state le modificazioni della formazione economico-sociale imperialistica dopo Lenin (imprese multinazionali e/o transnazionali, rapporto tra metropoli e periferia, costituzione di poli imperialistici regionali, crollo di un certo numero di paesi socialisti), quattro aspetti sono rilevanti nella lettura di Lenin:

 

a)     l’imperialismo può definirsi fase del capitalismo solo se nell’analisi si parte, conforme al metodo marxista, dal processo di produzione dove si crea il plusvalore, centro di irradiazione di tutti i fenomeni che caratterizzano il sistema capitalistico;

 

b)    l’imperialismo è una formazione economico-sociale ed abbraccia quindi, oltre all’economia, la politica e l’ideologia sia a livello del blocco di potere della borghesia che a livello del movimento operaio e delle sue tendenze fondamentali (marxismo e riformismo): anche qui la critica anti-Kautsky di Lenin conserva tutta la sua portata discriminante in ordine ai compiti che deve assolvere oggi una forza comunista (cfr. pp. 180-192 di Lenin – Il pensiero strategico);

 

c)     la concezione dell’imperialismo come ‘meccanismo unico’ e come sistema mondiale, cioè estensione del modo di produzione capitalistico a tutto il mondo, costituisce la base reale ed oggettiva dell’internazionalismo proletario: i problemi internazionali cessano di essere un livello separato rispetto a quelli nazionali;

 

d)    l’esistenza della catena imperialistica mondiale, la legge dello sviluppo ineguale e della gerarchia tra paesi imperialisti [cfr. la voce “Imperialismo” dell’Enciclopedia Einaudi (vol. 7, pp. 157-198, Torino 1979), redatta da Giovanni Arrighi], nonché la teoria della rottura dell’‘anello debole’ sono altrettanti aspetti di una visione integrata dell’imperialismo come ‘formazione economico-sociale’. È a questo punto che sorge un’obiezione di non poco momento alla linea interpretativa sviluppata da Quadrelli su questo punto specifico ma di importanza fondamentale, laddove emerge una evidente contraddizione tra la tesi enunciata da Lenin nell’articolo Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (articolo riprodotto alle pp. 176-179 del libro già citato) e l’affermazione del curatore secondo cui «con la fase imperialista si chiude irreparabilmente l’epopea delle borghesie nazionali e a prendere forma è un sistema-mondo dentro il quale a fronteggiarsi non sono più le borghesie nazionali e i loro Stati ma blocchi sovranazionali» (cfr. p. 7). In altri termini, se è vero quanto sostiene Lenin nell’articolo Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, che è una stringente confutazione prepostera della subalternità della sinistra di allora e di oggi all’‘internazionalismo del capitale’, e se è indiscutibile la vigenza della legge dello sviluppo ineguale del capitalismo, non si pone allora con forza per il movimento di classe, come indicava Stalin, la necessità di rilanciare la parola d’ordine della lotta per la sovranità e l’indipendenza nazionale, raccogliendo questa bandiera dal fango in cui è stata gettata dalla borghesia e saldando questa lotta alla prospettiva della rivoluzione socialista? Non si ripropone forse, nel quadro del polo imperialista europeo, di cui l’Unione Europea è il braccio economico-finanziario e la Nato il braccio politico-militare, il problema del rapporto fra Stati disgreganti e Stati disgregati e quindi, ancora una volta, in funzione antimperialista e in un’ottica socialista,  il problema della lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale?

 

2) Occupa poi un posto centrale nel pensiero strategico di Lenin, costituendo una linea di rigorosa demarcazione tra il marxismo e il revisionismo, la tesi della necessità della rottura della macchina burocratica e militare dello Stato borghese, giacché le lezioni, opposte ma complementari, del Cile nel 1973 e del Portogallo nel 1974 non devono essere dimenticate. Queste importanti esperienze del proletariato hanno riproposto infatti la nozione correlativa del dualismo di potere, giustamente richiamato da Quadrelli con la dizione di “potere costituente” in quanto carattere essenziale e decisivo della lotta politico-militare – strategica - per la conquista del potere di Stato e l’espropriazione della borghesia. In questo senso la lotta teorica, ideologica e culturale va considerata, ancora una volta sulla scia di Lenin, come parte integrante e ineludibile della lotta più generale per la rivoluzione. Da qui trae la sua origine lo sforzo per affermare l’autonomia teorica ed organizzativa del proletariato, risolvendo il fondamentale problema della forma-partito.

 

3) Infine, va riaffermata ed attuata la concezione leniniana della forma-partito, articolata con la combinazione tattica tra lavoro legale e lavoro illegale, tra utilizzazione delle istituzioni elettive e azione di massa, e dispiegata con lo sviluppo della lotta di engelsiana memoria sui tre fronti (economico, politico e teorico): una concezione che caratterizza la forma-partito nelle diverse congiunture della lotta di classe, affrancandola dalla falsa alternativa fra due posizioni egualmente opportunistiche, quali l’astensionismo strategico e il cretinismo parlamentare. È chiaro peraltro che la forma-partito leninista non può essere disgiunta dalle condizioni storiche e dalla composizione sociale di classe, entro le quali essa sorse e si sviluppò. Resta, comunque, basilare, nella elaborazione e nell’azione di Lenin, il nesso inscindibile tra teoria e prassi, di cui l’organizzazione politica è l’anello decisivo: «Castriamo i bisogni politici più impellenti delle masse, se non diamo ad esse l’arma fondamentale della lotta per l’emancipazione sociale: il partito». E il partito, armato a sua volta della teoria scientifica, si configura come il vettore unificante – il “pensiero strategico”, per l’appunto – che assume come oggetto l’insieme dei rapporti di forza tra le classi, condensato nello Stato borghese, e come obiettivo la sua distruzione/trasformazione: il partito proletario come mezzo per «scuotere tutti i rami dell’albero sociale» (Gramsci).

 

   In conclusione, far avanzare, attraverso la sintesi strategica tra teoria e politica, di cui Lenin ci ha fornito il paradigma, un processo di ricomposizione del marxismo funzionale alla costruzione del partito comunista è il compito immediato che sta di fronte ai militanti rivoluzionari nel mezzo di un crinale decisivo della nostra epoca in cui le alternative guerra/pace, democrazia/fascismo, capitalismo/socialismo, barbarie/civiltà si intrecciano l’una all’altra. L’antologia Lenin – Il pensiero strategico, curata da Emilio Quadrelli, proprio perché merita di essere letta e discussa, è dunque uno strumento prezioso che i comunisti debbono mettere nella loro cassetta degli attrezzi, se davvero intendono ricostruire “la misteriosa curva della retta di Lenin” convertendo l’una nell’altra la critica delle armi e le armi della critica.

 

 

 

Eros Barone